Francesco Peragine

L’AI non ha bisogno di aspettare, ma noi sì

ScriptoriumIl collo di bottiglia3 min di lettura

Un impiegato sommerso dalle pratiche risponde al telefono dietro la scrivania, mentre una lunga fila di robot grigi, ognuno con un lavoro già finito e un biglietto in mano, aspetta il proprio turno. Il display eliminacode segna 003.
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Un task, una richiesta all’intelligenza artificiale, qualche minuto di attesa. Prima, in quel tempo, avremmo continuato a lavorare sulla stessa cosa; ora una parte del lavoro la fa qualcun altro e quei minuti si liberano.

La cosa che viene naturale fare è usarli.

Molte attività prima seguivano un ritmo lineare: decidere cosa fare, farlo, controllare il risultato, correggere e andare avanti. L’intelligenza artificiale comprime soprattutto la parte esecutiva. Il lavoro manuale diminuisce, mentre quello di analisi, scelta e controllo si concentra.

Il problema arriva quando proviamo a recuperare anche quel tempo. Mentre l’AI lavora su una cosa ne iniziamo un’altra, poi una terza. Nel frattempo la prima è pronta, quindi torniamo indietro, controlliamo, chiediamo una correzione e riprendiamo ciò che avevamo lasciato. Se le attività sono diverse, ogni passaggio richiede di ricostruire obiettivi, regole e vincoli diversi.

Non è una novità. Da anni sappiamo che cambiare continuamente attività ha un costo, che il multitasking funziona male e che le interruzioni rompono la concentrazione. Le cose lasciate a metà, inoltre, continuano a occupare attenzione: gli studi parlano di attention residue, il residuo di attenzione che rimane sul compito precedente quando passiamo al successivo.

Un esperimento sulle interruzioni mostra bene dove può finire il costo: le persone interrotte completavano il compito più velocemente e senza più errori, ma riportavano più stress, frustrazione, pressione del tempo e sforzo. La produttività apparente reggeva, mentre il costo si spostava sulla persona.

Con l’AI questo meccanismo accelera. La produzione continua mentre la nostra attenzione si distribuisce su più problemi e un agente può risolvere bene ciò che gli abbiamo chiesto senza conoscere un vincolo o una conseguenza che non gli abbiamo spiegato. Una piccola omissione può generare una soluzione plausibile, poi altre decisioni costruite sopra, fino a una cascata che scopriamo quando dobbiamo ricostruire cosa è successo.

Le contromisure sono note. Prima di lasciare un’attività, scrivere un piccolo passaggio di consegne, un handoff a noi stessi: dove siamo arrivati, cosa abbiamo deciso, cosa resta da verificare e qual è il prossimo passo. I ready-to-resume plan, studiati per le attività interrotte, riducono l’interferenza del lavoro lasciato aperto.

Serve anche limitare i lavori realmente in corso, il work in progress o WIP. Avere molte cose da fare non obbliga a tenerle tutte attive contemporaneamente. Le risposte degli agenti non devono diventare nuove interruzioni: possono aspettare fino al momento in cui decidiamo di occuparcene. E prima di delegare un problema complesso bisogna dare all’AI il contesto che serve: vincoli, dipendenze e conseguenze da controllare. Se non sono chiari, prima si ricostruisce il problema e poi si esegue.

Poi restano i fondamentali: ridurre le notifiche, fare una cosa per volta quando richiede concentrazione, fermarsi tra un blocco e l’altro, alzarsi e camminare. Le micro-pause riducono la fatica; sui compiti cognitivamente pesanti, però, pochi minuti non sempre bastano a recuperare la prestazione.

L’AI non ha inventato nuovi problemi del lavoro: ha cambiato gli equilibri di problemi che conoscevamo già. Togliendo tempo all’esecuzione, ha aumentato la pressione su attenzione, memoria e capacità di tenere insieme il contesto.

Il sistema umano è lo stesso di prima. Se togliamo attrito da una parte senza rimettere un limite da un’altra, il costo non sparisce: cambia semplicemente posto.

Pubblicato originariamente su https://www.corrierenazionale.net/2026/10/05/ai-produttivita-multitasking-attenzione/